Sotto il respiro che conosciamo — quello dei polmoni — il corpo ha un ritmo più lento e sottile, quasi impercettibile al tatto non allenato.
In osteopatia cranio-sacrale la chiamiamo respirazione primaria: non è aria che entra ed esce, ma un movimento ritmico che attraversa tessuti e fluidi, presente fin dalla formazione dell’embrione.
Non è un movimento isolato in un punto del corpo: coinvolge tessuti, fluidi, ogni cellula — è un’attività diffusa, non localizzata.
Chi riceve un trattamento cranio-sacrale spesso descrive una sensazione di quiete profonda — non sonnolenza, ma come se il corpo, per un momento, smettesse di dover reagire a qualcosa.
È in quello spazio di quiete che il sistema può riorganizzarsi: in osteopatia è chiamato movimento metabolico, un’attività lenta e continua, che accompagna ogni processo di autoregolazione.
La salute è legata ai sistemi di auto-correzione e auto-guarigione del corpo, e alla sua capacità di attivarli, ma questa capacità esiste solo quando il sistema funziona come unità — non a compartimenti separati.
Il nostro compito come terapeuti non è correggere: è sostenere questa capacità, creando le condizioni perché il corpo possa attivarla da sé.
Come la uso nel percorso?
Nel mio lavoro non la propongo come tecnica a sé stante, con un protocollo fisso, la utilizzo all’interno del percorso, valutando di volta in volta se dedicarle una parte o l’intera seduta.
Spesso la uso in apertura, quando il sistema nervoso ha bisogno di uscire da uno stato di allerta, prima ancora che il corpo possa rispondere al lavoro più strutturale; altre volte la utilizzo alla fine, per permettere al corpo di sedimentare ciò che è stato fatto durante la seduta.
È una tecnica dolce, senza controindicazioni, e questo la rende adattabile a momenti diversi del percorso a seconda di ciò che serve.
Marco Strada – “Abbecedario dell’osteopatia tradizionale-Un approccio alla salute”. Futura Publishing Society, 2018

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